Decreto salva banche: come difendere i tuoi risparmi

Decreto salva banche: come difendere i tuoi risparmi

12 Maggio 2016 Off Di Grazia Ferrara

Il cosiddetto Decreto Salva Banche volto a garantire il salvataggio di 4 banche italiane in dissesto (Banca delle Marche, Banca Popolare dell’Etruria e del Lazio, Cassa di Risparmio di Ferrara, CariChieti), ha lo scopo di scongiurare, in qualche modo, una possibile crisi finanziaria di banche che avevano accumulato ingenti perdite, così come previsto “Direttiva europea sulla risoluzione delle crisi bancarie”
La soluzione adottata dal Governo per la risoluzione delle crisi prevede la separazione della parte “buona” della banca (attività di bilancio non in sofferenza) da quella “cattiva” (crediti in sofferenza). Alla “banca buona” sono state conferite tutte le attività non “in sofferenza” e le passività quali i depositi e le obbligazioni ordinarie. Il Patrimonio di Vigilanza (patrimonio netto della banca) è stato conferito dal Fondo di Risoluzione amministrato dalla Banca d’Italia alimentato con contribuzioni di tutte le banche del sistema. Le “banche buone” assumono la stessa denominazione delle banche originarie (che invece vengono poste in liquidazione) e proseguono nell’attività bancaria.

Il nuovo decreto, ante bail-in, inoltre, prevede che le azioni e le obbligazioni subordinate vengano svalutate e che queste ultime vengano convertite in azioni. Attraverso la conversione forzata, i titolari delle obbligazioni (creditori) diventano azionisti (dunque “proprietari”), partecipando in pieno al rischio di impresa; dunque, poiché le azioni sono svalutate e il capitale è pressoché azzerato, finiscono per perdere, in parte o in toto, il loro investimento iniziale.
E’ stato infine costituita una “bad bank” in cui sono stati concentrati i prestiti in sofferenza che residuano una volta fatte assorbire le perdite dalle azioni e dalle obbligazioni subordinate e, per la parte eccedente, da un apporto del Fondo di Risoluzione. La “banca cattiva” resterà in vita con il solo obiettivo di recuperare al meglio i crediti in sofferenza.
A dire del Governo e di Banca d’Italia, il contribuente non subirà alcun costo in questo processo di salvataggio in quanto l’intero onere è posto a carico degli azionisti e degli obbligazionisti subordinati delle quattro banche e a carico del complesso del sistema bancario italiano attraverso il Fondo di Risoluzione. Il costo di tale operazione per il Fondo di risoluzione è stato di 3,6 miliardi di euro, necessari per ricapitalizzare le banche buone, assorbire le perdite delle banche in disseto e dotare le banche cattivi di un capitale minimo. E’ necessario tuttavia precisare che i versamenti effettuati dalle banche al Fondo di Risoluzione sono deducibili ai fini IRES e pertanto ridurranno il gettito fiscale proveniente dalle banche di circa 1 mld di euro.

Secondo i dati raccolti da Moody’s si parla di 2 miliardi di euro di azioni e circa 790 milioni di euro di obbligazioni subordinate. Le bridge bank, per continuare a svolgere le operazioni finanziarie essenziali, verrano capitalizzate grazie all’instaurazione di un fondo di risoluzione, (altra grande novità), un fondo di salvataggio interno al sistema stesso composto da altri intermediari finanziari. Nel caso specifico si tratta di Unicredit, Intesa ed Ubi Banca. I tre grandi istituti bancari finanzieranno il fondo per circa 1,3 miliardi ciascuno e verranno remunerati entro 18 mesi a tassi di mercato.
Volendo commentare tali salvataggi ritengo che la gestione delle quattro crisi bancarie da parte delle istituzioni italiane ha sicuramente evitato l’insorgere di una crisi di fiducia dei depositanti, con possibili ripercussioni sistemiche anche su altre banche. L’alternativa a tale salvataggio appariva infatti alquanto “pericolosa”, ovvero l’attivazione del cosiddetto bail-in (copertura delle perdite a carico dei depositanti sopra a 100.000 euro) e ricorso al FITD (che avrebbe dovuto garantire il rimborso di circa 12 mld di euro ai depositanti entro i 100.000). Lo stesso FITD avrebbe tuttavia dovuto far ricorso alle contribuzioni delle banche creando pertanto possibili rischi di “contagio”.

Va infine ricordato che i risparmiatori (tra i quali, probabilmente, anche famiglie con un’inadeguata capacità di valutazione del rischio di tali strumenti finanziari) che avevano sottoscritto azioni e obbligazioni subordinate delle banche in dissesto hanno visto azzerarsi i loro investimenti.
Tali eventi devono pertanto infondere nella collettività dei piccoli risparmiatori maggiore consapevolezza del rischio di certi strumenti finanziari, maggiore attenzione nella selezione della propria banca e nella valutazione della solvibilità della stessa, soprattutto con l’entrata in vigore dal 01/01/2016 dei meccanismi di bail-in. Evitare di concentrare il rischio in unica banca e/o strumento finanziario (diversificazione) sembra ancora l’approccio migliore per difendersi da tali accadimenti!


Studio Legale Avv. Grazia Ferrara
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